“7 minuti“: al cinema ….ritorna la classe operaia

10 novembre 2016 Lascia un commento »

Proprio in questi giorni ritorna sugli schermi la mitica classe operaia. Relegata, ormai, nelle rappresentazioni culturali, nell’informazione e nello spettacolo, all’archeologia  sociale.

Eppure, gli appartenenti, donne e uomini, sono ancora ben presenti nelle variegate e complesse strutture lavorative del Paese. Operai ed  impiegati. Quest’ultimi  in gran parte considerati di “basso rango”, senza identità specifica. Sono in molti, milioni di “unità”, che quotidianamente, ormai quasi del tutto silenti, “sciamano” da casa al posto di lavoro. Dalle fabbriche ai cantieri edili, dagli ipermercati ai “non luoghi” della logistica e delle campagne, dai call center agli “anonimi” uffici.  La paga media, come ben noto, è tra le più basse in assoluto a livello europeo, giusto per la sopravvivenza, senza sciali e spassi. Mentre impazzano le pubblicità del lusso. E i disoccupati stanno a guardare.

Nel film emergono con forza alcune specifiche e prorompenti questioni, tutte all’ordine del giorno.

Al centro dell’attenzione ci sono le donne, in quanto lavoratrici e portatrici dello loro peculiarità quotidiane. Il contesto appartiene ad un comparto industriale che nelle filiere nazionali nel corso degli ultimi vent’anni è stato grandemente ristrutturato. Smantellato o riassettato nelle strutture proprietarie – gran parte dei segmenti produttivi sono stati dirottati in decine di paesi sparsi per il mondo, detti a basso costo, per  uno sfruttamento più libero delle lavoratrici e dei lavoratori.

Infatti, il luogo è una fabbrica tessile di consistenti dimensioni, con trecento addette. Il soldo della retribuzione, sempre più ridimensionato, “vile” poiché il lavoro è considerato merce, è fondamentale per la magra esistenza dell’assoluta  stragrande maggioranza degli umani.

L’angoscia, che assilla quando si perde il posto di lavoro, per lo più ormai prevalente  nelle forme precarie e temporalmente delimitate. Non c’è più la possibilità di vivere in maniera adeguata.

Il film, per  la quasi totalità del tempo, si svolge al chiuso. E’ lo stanzone in uso del Consiglio di Fabbrica ( molto bello il riutilizzo di un termine glorioso, ormai in disuso nelle dizioni nazionali. Le undici donne componenti del C.d.F. ( alcune, immigrate di lungo corso, rappresentano la nuova Italia) devono decidere, mentre le altre lavoratrici aspettano fuori, sulla strada circostante la fabbrica…..l’occupazione potrebbe essere imminente?  Ci sono state agitazioni sindacali alla notizia di cessione.

Il sito produttivo è stato venduto dagli storici proprietari ad una azienda multinazionale  francese. Tutte le incognite sono in angoscioso agguato. Già  negli anni precedenti le lavoratrici hanno affrontato tribolazioni e forti incertezze. C’è ansia, sofferenza, speranza.

C’è una clausola nell’accordo pretesa dai nuovi padroni, che suscita grande perplessità e vivacissime discussioni tra le componenti del Consiglio di Fabbrica. Si scontrano in maniera drammatica i “vissuti” e i ragionamenti,diversi, delle  lavoratrici –rappresentanti sindacali che devono decidere e votare il contenuto dell’accordo, prima di esporlo alle trecento lavoratrici. A l centro della riflessione il punto di vista di una loro rappresentante, la più anziana ed esperta, scelta dal Consiglio di Fabbrica per sentire direttamente le decisioni dei vecchi e dei nuovi padroni.

Il nodo del contendere è rappresentato dai “ 7 minuti” in meno  della pausa pranzo. Nello scorrere del tempo  i 45’ iniziali si  sono già ridotti ai 15’ vigenti, che dovrebbero quindi diventare 8 minuti.

Sette minuti. Che sia forse uno stratagemma per sondare il polso, per imporre dopo i temutissimi tagli e licenziamenti?

Su questo dubbio, che si insinua  in maniera  lancinante, si apre un confrontoserrato. I vecchi e i nuovi proprietari aspettano ansimanti. Le lavoratrici, all’esterno, festeggiano la “voce” propagata che riguarda il mantenimento occupazionale.  Il confronto, iniziato in maniera pacata, mentre girano le lancette delle ore, in un crescente assillante, diventa  angoscioso, lacerante, drammatico e commovente. L’acutezza dei ragionamenti è patrimonio di tutti. Guarda un po’, anche gli operai sono in condizione di riflettere in maniera adeguata.  Dignità e diritti sono presenti in “prima fila”, proprio in una fase storica finalizzata a cancellarli.

La tensione è altissima. Lo scontro – proprio perché riguarda  il potenziale “destino” occupazionale di trecento lavoratrici –   tra le diverse opinioni” assume anche caratteri furibondi.

E’ la realtà, nuda e cruda, che impetuosamente irrompe.  Così come sempre accaduto nel corso della storia nel mondo del lavoro e del sociale. Le decisioni sofferte che hanno attanagliato lavoratrici e lavoratori, organizzazioni sindacali e movimento operaio, in decine di migliaia di vertenze.

Con linguaggio vero, senza  ritrosie. Tutti gli umori vengono allo scoperto, così come impone l’intensità dell’avvenimento. Non più con la solita “finzione” insulsa e surreale che ormai da lungo tempo viene propinata nella informazione e nella rappresentazione del mondo del lavoro.

La conclusione, con  la trepidazione pura che invade la platea, è più confacente scoprirla in sala.

Un lavoro eccellente da parte del regista, Michele Placido, che ha ripreso un’opera teatrale di Stefano Massini incentrata su una importante vertenza sindacale che si è sviluppata in Francia alcuni anni addietro.

Interpretazione egregia da parte di tutte le attrici: Ambra Angiolini, Cristiana Capotondi,  Anne Consigny Fiorella Mannoia, Maria Nazionale, Ottavia Piccolo, Violante Placido, Clèmence Poèsy, Sabine Timoteo.

N.b. Una considerazione sorge pressante. In un riassetto globale della composizione proprietaria che riguarda una fabbrica di consistente dimensioni, nella definizione  dell’intesa che  interessa in particolare le condizioni contrattuali nel film  sono assenti le organizzazioni sindacali. Nell’esperienza  consolidata in Italia il Consiglio di Fabbrica agisce sempre in stretto raccordo con le Organizzazioni sindacali. Solo il regista può dare una risposta. Prevedibilmente è solo uno “stratagemma” per dare un ruolo esclusivo alle lavoratrici rappresentanti sindacali.

 

domenico stimolo

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